Il prof. Franco Onida ci ha lasciato il 22 dicembre dello scorso anno.
Luciano Zannotti ne traccia brevemente la biografia e un ricordo personale.
Quando muore un professore si dice che è come se svanisse una biblioteca perché con lui scompaiono saperi particolari coltivati per una vita, trasmessi solo in parte attraverso gli scritti e nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Ho conosciuto Franco Onida agli inizi degli anni settanta, io studente di Giurisprudenza, mentre partecipavo alle vicende dell’Isolotto, al conflitto fra la popolazione del quartiere fiorentino, i preti della comunità parrocchiale e la gerarchia ecclesiastica. Avevo già frequentato il corso di Diritto Canonico allora tenuto da Paolo Grossi che con tanta sensibilità aveva deciso di affrontare proprio questo tema così delicato per la Chiesa cattolica, scegliendo la forma seminariale per consentire a noi studenti la più ampia libertà di discussione. Nel corso di Diritto Ecclesiastico fui sollecitato a riflettere sugli stessi eventi dal punto di vista dello Stato e lì scoprii con ancora maggiore consapevolezza il ruolo del diritto e il valore dell’educazione giuridica. Cominciavo ad apprezzare la decisione che avevo preso iscrivendomi a Giurisprudenza. Avevo l’opportunità di studiare ed approfondire i problemi della laicità che sperimentavo nella mia realtà e così ho fatto per una vita, intrecciando lavoro intellettuale e impegno sociale.
Solo i Maestri sono capaci di accendere il fuoco nell’anima, ha scritto George Steiner in un classico dedicato all’argomento (La lezione dei maestri, Garzanti, Milano, 2004); solo i Maestri, sostiene Massimo Recalcati, riescono a far scattare quella scintilla che determina l’amore per la cultura e la crescita individuale. L’allievo, grazie all’incontro con la parola del Maestro, non solo ha l’occasione per personalizzare il proprio rapporto con il sapere, sviluppare l’attitudine a pensare e giudicare autonomamente, ma anche per determinare i tratti soggettivi che caratterizzeranno la sua esistenza (L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Milano, 2014 e più recentemente dello stesso A, La luce e l’ombra. Cosa significa insegnare?, Einaudi, Torino, 2025). È proprio quello che mi è successo incontrando Franco Onida, di cui ho avuto l’onore di prendere il posto, succedendogli nella cattedra, quando è andato in pensione.
Negli appunti di una lezione introduttiva del corso tenuta diversi anni fa, regolarmente da lui cestinati (perché il prof. non conservava mai le tracce delle proprie lezioni che tra l’altro di rado scriveva), da me invece recuperati e conservati gelosamente, Franco Onida sottolineava: “il mio compito è quello di riuscire ad appassionarvi nello studio del diritto come una chiave particolarmente significativa di lettura e comprensione dell’intera società umana. Gli studi giuridici hanno il pregio di invitare al ragionamento… servono a cercare di motivare meglio il proprio pensiero, educano a tener sempre in gran conto l’opinione altrui, a non sottovalutarla, a non prendere posizioni apodittiche prima di aver ascoltato il nostro interlocutore. A rispettare l’altro… Studiare l’atteggiamento che gli stati assumono di fronte alle molteplici forme del fenomeno religioso significa guardare ben dentro, forse proprio nel cuore, dei modi di essere della società civile”.
Franco Onida aveva la capacità di farsi capire, di tradurre in termini immediati questioni complesse, di esprimere la passione per gli studi giuridici, il senso del lavoro intellettuale e dell’insegnamento con i suoi limiti. Quando capitava non esitava a riconoscerli: ripeteva spesso che la conoscenza assoluta non esiste e tanto meno quella totale. Non presentava mai il suo sapere come oggettivo e tanto meno ne esigeva l’adesione conformista, perché da vero Maestro si sottraeva alla seduzione del potere culturale di cui non di rado ci si compiace per mettere gli altri in soggezione.
Ha insegnato sempre laicamente materie che sino a qualche tempo fa presentavano un carattere prevalentemente confessionale, adottando un metodo educativo neutrale ma inclusivo, ricevendo il rispetto di tutti, studenti e colleghi, che gli hanno sempre riconosciuto l’equilibrio con cui manifestava la propria posizione. E questo valeva naturalmente anche per i suoi scritti. Considerava la laicità in stretto rapporto con la democrazia, la laicità come potente fattore di libertà, principio ineludibile di riferimento dell’agire dei cittadini e delle istituzioni, con un percorso tuttavia ancora incompiuto nella realtà del nostro paese.
Franco Onida ha insegnato Diritto Ecclesiastico, Diritto Ecclesiastico Comparato e Diritto Canonico nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze, ricoperto ruoli di rilievo negli anni della sua intensa attività accademica come Direttore della sezione fiorentina dell’Istituto di Documentazione Giuridica del CNR nella seconda metà degli anni settanta, Preside della Facoltà di Giurisprudenza dal 1985 al 1987, Direttore dell’Istituto di Diritto Pubblico della stessa Facoltà dal 2001 al 2004. Ha prodotto numerosi e importanti contributi scientifici molto apprezzati non solo nella nostra disciplina, riguardanti soprattutto il sistema separatista fra Stato e Chiesa e lo sviluppo del Diritto Ecclesiastico Comparato: tra i libri di maggior successo ricordo Religioni e sistemi giuridici, scritto insieme a Margiotta Broglio e Mirabelli, tradotto anche in Russia (F. Margiotta Broglio, C. Mirabelli, F. Onida, Religioni e sistemi giuridici. Introduzione al diritto ecclesiastico comparato, Il Mulino, Bologna, 2000).
Aveva viaggiato molto per motivi di studio (F. Onida, Il giro del mondo in duecentocinquanta pagine. Itinerari di diritto ecclesiastico comparato, Il Mulino, Bologna, 2010) o per partecipare a convegni ed io lo avevo tante volte accompagnato godendo degli inevitabili momenti in cui mi regalava la sua dimensione privata.
Senza nulla togliere ai suoi meriti scientifici voglio sottolineare anche i tratti del suo carattere: la sua disponibilità verso tutti, la sua ironia che catturava sempre la simpatia di chi lo ascoltava, le battute di spirito tipicamente fiorentino, la sua generosità, la sua cortesia, la sua gentilezza.
Un signore che a volte appariva di altri tempi anche nel linguaggio (ripeteva spesso l’espressione si attaglia – si addice, si confà, calza a pennello – che mi ha sempre suscitato tenerezza e fatto sorridere per il suo carattere veramente desueto). Era pochissimo propenso verso l’uso dei mezzi della moderna tecnologia. Aveva una grande umanità che era la misura della sua intelligenza, così come la semplicità era la misura della sua distanza dallo stereotipo del professore universitario. Naturalmente schivo, quando voleva sapeva diventare socievole sempre con quel garbo che lo contraddistingueva. Non l’ho mai visto arrabbiarsi, aveva sempre un’invidiabile aplomb. Quello che si dice un galantuomo.
Tra gli ultimi ricordi che ho di lui mi viene in mente quando io ero ancora all’Università e mi veniva a trovare in Dipartimento per stare insieme qualche ora a scambiare due chiacchiere e alla fine dimenticava spesso dove aveva parcheggiato l’auto; oppure quando in compagnia di Paolo Grossi, allora Presidente della Corte costituzionale, mi sono recato a casa sua vicino Impruneta a fargli visita. Poi Franco ha cominciato a peggiorare di salute e ci siamo sentiti spesso, ma solo per telefono.
Non c’è vera trasmissione della cultura se non si è capaci di mettere insieme cultura e sentimenti. Non è soltanto con la comunicazione intellettuale che la cultura si trasferisce dai Maestri ai propri discepoli. Franco ci ha insegnato – e tra le tante cose che ci consegna forse le più preziose sono proprio queste – ad essere sereni, a non sgomitare, ad avere fiducia, a lavorare in piena autonomia.
Lavorare in piena autonomia: proprio come a tutti ripeteva spesso Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto (che è stata un’altra persona importante nella mia vita): dovete imparare a fare a meno di me, diceva. E qua a Franco non ho del tutto obbedito perché amavo troppo la sua presenza e ho voluto rimanergli accanto, scelto di restare a Firenze anche se nel tempo mi è stato offerto più volte il trasferimento in sedi universitarie molto vicine per fare esperienza e più rapidamente carriera.
Penso che i Maestri siano presenze che continuano a vivere in noi, presenze che ci portiamo dentro e delle quali è difficile accettare la lontananza, figuriamoci la scomparsa.
Con Franco io perdo non solo il Maestro che mi ha incoraggiato ad intraprendere la carriera accademica e che mi ha sostenuto in tutti i momenti in cui ho avuto bisogno (la gratitudine e la riconoscenza che lega gli allievi al Maestro); con Franco io perdo anche un amico fraterno con cui ho coltivato una confidenza intima e un affetto profondo.
I versi di una poesia di Umberto Saba rappresentano meglio di ogni altra parola la mia tristezza da quando Franco se ne è andato:
Dimmi tu addio (dimmelo tu Franco)
che a me dirlo non riesce
Morire è facile
Perderti è difficile.
Luciano Zannotti
